La mia lettura di Ferragosto
Voglio raccontarti come è nata questa lettura, perché la storia mi sembra bella quasi quanto il libro.

Qualche giorno fa stavo riordinando la mia libreria a Parigi, quando il mio sguardo è caduto su un titolo comprato circa dieci anni fa e mai letto: “Il flâneur detective“.
Mi ha attirato subito quella parola, flâneur, che qui a Parigi sento spesso e che amo.
Ho preso il libro in mano quasi per curiosità, e ho scoperto che l’autore, Giulio Obici, era un giornalista veneziano, per anni inviato di “Paese Sera”, quotidiano che oggi non esiste più.
Ma la vera sorpresa è arrivata sfogliando le pagine: mi sono ricordato di aver visto le sue fotografie a Venezia, nel 2016, in occasione della mostra “Tre Oci / Tre Mostre” alla Giudecca.
Proprio in quell’occasione il nostro circolo (La Gondola) aveva esposto, “Lo specchio di Alice”,  con i lavori dei soci, e tra quelle immagini c’era anche una mia foto.

Un libro dimenticato per dieci anni, riapparso per caso durante un riordino, che si ricollega a un ricordo personale di una mostra del 2016: non potevo non leggerlo tutto d’un fiato, ed è quello che ho fatto in questo Ferragosto parigino, caldo, che invitava proprio a restare in casa con un libro in mano.

A proposito di quella mostra, vi allego la foto che avevo esposto : è stata scattata a Dinard, lungo la passeggiata “Al chiaro di luna”, e ritrae un’immagine riflessa su una finestra.
L’avevo poi incollata su una ceramica di Caltagirone, con l’idea che quella ceramica diventasse quasi una porta che fa entrare in un altro mondo, quello di Alice.
Ripensandocii, mi accorgo che tra la ceramica, la foto e il libro c’è un filo che li lega tutti e tre, e non è un caso che la mostra si intitolasse proprio “Lo specchio di Alice”.
Le sirene e i sileni scolpiti sulla ceramica sono da sempre figure di soglia: creature che stanno a metà tra un mondo e l’altro, proprio come lo specchio che Alice attraversa per entrare nel suo mondo capovolto. Incastonarci dentro una foto significa trasformarla in una porta, non più in una semplice immagine da guardare.
E la foto che ho scelto per quella cornice non è un caso nemmeno lei: è un riflesso su una finestra, un’immagine dentro un’altra immagine, che non si sa mai bene se mostri quello che c’è davanti o quello che c’è dietro il vetro.
Leggendo oggi le pagine di Obici mi sono accorto che lui stesso confessa di essere sempre stato attratto proprio dai riflessi e dalle immagini che si moltiplicano negli specchi e nei vetri, perché custodiscono sempre un piccolo mistero ottico, un dubbio su cosa sia vero e cosa no.
È esattamente la stessa cosa che avevo cercato, senza saperlo, in quella finestra di Dinard.
E poi c’è il libro stesso, che in fondo si comporta come uno specchio
L’ho comprato dieci anni fa e dimenticato, e mi è tornato tra le mani per caso, mentre riordinavo la libreria.
Obici scrive che la fotografia è memoria, capace di far riaffiorare interi pezzi di vita che si credevano sepolti: a lui è successo con una foto dei moti del 1968 ritrovata per caso, a me è successo con un libro
Anche il ricordo della mostra ai Tre Oci, che credevo lontano, mi si è riaperto davanti leggendo queste pagine, quasi che il libro fosse a sua volta un altro specchio in cui rivedermi.

Te lo consiglio davvero.

Di seguito trovI qualche riflessione su ciò che mi ha colpito di più, soprattutto le pagine in cui Obici parla di fotografia.
Spero che anche tu abbia passato un buon ferragosto,  a presto. Fabrizio

“Il flâneur detective” di Giulio Obici
Marsilio Editori, collana “Gli specchi”, 2015 (edizione postuma)
Ho letto questo libro pensando soprattutto alle pagine in cui Obici parla di fotografia, e sono quelle che mi hanno colpito di più.
Cesare De Michelis, nella prefazione, lo descrive bene: c’è in lui uno scrittore rigoroso e analitico, e insieme un fotografo che si lascia ancora stupire come un bambino davanti a un’immagine.
Sono due anime diverse, ma nel libro finiscono per parlarsi.
L’obiettivo che separa
Una delle cose che mi ha colpito di più è la sua confessione di non amare gli autoritratti.
Dice che quell’obiettivo puntato contro di lui, anche se è lui stesso a manovrarlo, crea una distanza che non si riesce a colmare, come se non fosse più lui a guardare ma qualcun altro a essere guardato.
Per Obici la macchina fotografica è spietata: non segue le regole del gioco, ti coglie sempre di sorpresa, e ti condanna a restare per sempre quello che eri in quell’unico istante in cui è scattata.
Contro Barthes: la foto non è morte, è vita che torna.
C’è un passaggio in cui Obici prende quasi le distanze da Roland Barthes.
Barthes, nella Camera chiara, scrive che ogni foto è un “ritorno del morto”.
Obici la pensa all’opposto: guardando una vecchia foto di strada si chiede dove stia andando quella persona, cosa stia dicendo, come finirà la sua giornata.
Per lui la fotografia non parla di morte, ma fa esattamente il contrario: riporta in vita il passato, lo trasforma in un presente che dura, gli toglie i contorni netti del tempo che passa.
La quarta anima della fotografia.
Cita anche Henri Cartier-Bresson, secondo cui fotografare vuol dire “mettere sulla stessa linea di mira l’occhio, il cuore e la mente”.
Obici però aggiunge una quarta cosa a questa lista: la macchina stessa, che secondo lui è l’unico strumento capace di far convergere davvero sguardo, emozione e pensiero in un solo istante.
E proprio sull’istante costruisce una delle riflessioni più belle del libro.
Dice che la fotografia ha un rapporto col tempo tutto suo: mentre un romanzo può richiedere vent’anni di lavoro e un quadro può essere ritoccato all’infinito, una foto si gioca tutta in una frazione di secondo che nemmeno l’occhio riesce a percepire.
In ogni fotografia c’è un prima, cioè l’attesa o la ricerca che porta allo scatto, e c’è un durante, l’istante vero e proprio, carico di tensione.
Ma un dopo, dice, non esiste: quando l’otturatore si chiude, il rapporto con la realtà si interrompe di colpo, senza appello.
Un pittore può sempre tornare sulla tela. Un fotografo no.
“Macchina”, non “camera”
C’è anche un piccolo ragionamento sulle parole che mi è piaciuto: Obici preferisce dire “macchina” invece di “camera” o “appareil”, perché secondo lui è il termine che descrive meglio quello che davvero fa questo strumento, cioè riprodurre meccanicamente la realtà.
Venezia, la città che batte il fotografo
Nel capitolo su Venezia, Obici racconta quanto sia paradossale fotografare la città più fotografata del mondo.
Proprio perché Venezia è già, di suo, un’immagine perfetta, il fotografo rischia sempre di ridursi a un semplice copista.
Cita Iosif Brodskij, che diceva che Venezia è di per sé “il capolavoro più grande che la nostra specie abbia prodotto”, e anche il fatto che aggirarsi per la città dà sempre la sensazione di non sapere se si stia inseguendo qualcosa o fuggendo da se stessi.
I de tranelli in cui secondo lui cadono quasi tutti, fotografi compresi, sono la veduta fine a se stessa e il bozzetto folcloristico, la cartolina da rigattiere.
Ripercorre come la città sia stata rappresentata nei secoli, da Carpaccio ai Bellini fino al Vedutismo del Settecento, e nota come proprio quello stile sia poi diventato, quasi inevitabilmente, il modo standard di fotografarla.
Fa un’eccezione per pochi fotografi, tra cui soprattutto Gianni Berengo Gardin, che secondo lui è riuscito a fotografare non la città ma le sue trasformazioni, non Venezia ma i veneziani.
Chiude il capitolo con un ricordo amaro: tutto il suo archivio fotografico su Venezia fino al 1980 è andato perso in un’alluvione, comprese le foto che aveva scattato durante i moti del 1968.
Di quelle immagini oggi resta solo la memoria.

In breve
Alla fine resta il ritratto di un uomo che per anni ha tenuto separate scrittura e fotografia, senza mai pensare di farle dialogare, finché un caso fortuito non lo ha costretto a farlo.
Ne esce una piccola teoria della fotografia, semplice ma precisa: gesto, istante, spietatezza, e nello stesso tempo capacità di restituire vita a ciò che il tempo avrebbe altrimenti cancellato.